palindromo

PALINDROMO

Quelle mura

bianche

venivano accarezzate
da riff di piano.

Malinconici,

e leggere entravano
le spazzole della
batteria
a soccorrere
i miei occhi
fatti d’acquerello.
E ancora i fiati,
dolcemente
s’insinuavano
nell’ambiente
per un trionfo
dell’inquietudine.

Il pavimento di legno era
sofferente dei tuoi
capelli caduti,
sparsi.
Lasciati apposta
a ricordare il
tuo passaggio.
Esser-ci.
Li raccoglierò in un mazzo
per il mio vaso
sul davanzale.

Tied & Tickled Trio
mi accompagnavano
su scale mobili
immaginarie
che portano
al tuo giardino
[sempreverde].

Avevo innumerevoli
ecchimosi sul petto,
sulle braccia.
Capillari rotti,
tracce di lotte
primordiali
e macchie di sangue
tra le lenzuola,
foto in bianco e nero.
Sfregamenti.

Non andrà via niente.

Come le parole volate via
da bocche violate,
posate sul camino
al centro della stanza.

Un vuoto bagnato
dall’experimental-jazz
tedesco,
con la sicurezza
di chi azzarda
ad urlare
un palindromo
a voce alta.

Il tuo nome.
Tu,
dentro me.

Diego Astore

IMG_6245

due febbraio

DUE FEBBRAIO

Dov’eri sommersa?
In quale mare eri
rifugiata
e di quale
linea di orizzonte
hai varcato i
confini?

Taciturna,
ermetica,
riservata,
muta come i pesci
dalle squame brillanti,
soprattutto di notte
al chiaro di luna.

In evoluzione continua:
giorno
notte
primavera
e inverno.

Sono legato
alla tua versione
cattiva,
notturna,
ubriaca,
con gli occhi che
ridono
e la bocca
salmastra.

Quante persone sei?

Io amo lei.

Lei che balla,
sulle rive schiumanti
con i piedi stretti
nella morsa delle
onde sonore.
E ancora
l’aria sconsiderata di lei
che mi guarda
intensa
e dice di no.

Amo lei che si muove
con me come
in uno specchio.

E la sua follia,
che
mi fa sentire
meno solo
nella mia nuova vita,
rinata in un

giorno d’inverno

a Londra
quando con me ho portato
poche cose
ma che erano

indispensabili.

Indispensabili per trovare
i tuoi occhi verdi
come lo Ionio,
dove una volta stavo
annegando
per giocare
con te,
ad apparire
come gli altri

esseri umani.

Diego Astore

IMG_2879

strada

CAMION

Lo sento arrivare di 
gran carriera 
e mi ritroverà 

meditando 

seduto sul gradino 
di un uscio altrui. 
Entrerà in retromarcia 
nel vicolo. 

Il motore, 
tutto quel ferro 
semovente 
emetteranno
rumori 
che avevo rimosso. 
Mi rimanderanno alle 
quattro e quarantacinque 
di ogni notte 
della mia 
post-adolescenza. 

Gli ingranaggi 

svuoteranno, 
macineranno, 
impasteranno 
e compatteranno. 

Produrranno 
noise, 
industrial

miasma

Mi sorprenderò 
di avere ancora 
orecchio

Il tizio che maneggia 
i cassonetti 
avrà fretta 
di ripartire, 
ci sarà tutta 
la spazzatura 
di Tower Hill 
da raccogliere. 

Salterà su in cabina 
e correrà via. 
Cigolando. 
Arrancando 
sulle ruote. 
Come le amicizie 
dopo aver superato 

i trent’anni

Diego Astore
  

to my mum

AURORA

A hundred and fifty cracks

mark the walls

of the building,

covered by the washing line

that strangle

rang out blankets,

refreshing of

bleach

the mouth of the

courtyard.

I round up:

I left home

before counting them.

I’ve seen you push

a shopping cart,

plodding along,

centimeter after

centimeter.

A hundred fifty

are the meters

up to the boulangerie.

Maybe less.

And you force your

tight ankles,

holding out

to the weight

of the family.

A more than ten years

resistance,

inferable by

your green eyes:

are they still remember mine?

How many wrinkles

on the sides

of your face.

A hundred and fifty ruts

carved out into the pale

skin

appease

your flesh.

I’ve never counted:

I left home before

to slide into the crevices

of your mellow

skin.

At night,

just before dawn,

I wake up.

I think I have

the light on.

I’m waiting for you

to come

to turn it off.

Diego Astore

sul roma

Never come back

BABY BLUES

È il gelido che rotola
giù per lo stomaco.
Sei pronto ai saluti
ma il braccio
è bloccato sotto
il suo cuscino
e ti escono delle smorfie
singolari
per congedarti
almeno
dal buio.

Alle due di notte
delle parole
venivano

s-candite

con ingenua semplicità
e rimbombavano
nella stanza.
Il muscolo cardiaco
si sfilacciava
di un altro po’.

Non chiedetemi
della sofferenza.
Alla fine si è dormito
bene
ché si era
stanchi.

Mi sono svegliato
con

una troia di regime
al mio fianco.

Gli occhi prosciugati,
la bocca asciutta
e la gola secca.

Tre aggettivi buoni
per il mio
conto in banca.

Diego Astore

024

falso risveglio

FALSO RISVEGLIO

La stagione
delle mele s’è chiusa,
e così quella
degli altri frutti.
Hanno lasciato
quelli secchi
da razziare ai mercati

delle strade affollate,

coi bar gremiti
di pesci tropicali d’ufficio.

Ore ed ore a
fare le mosche
in una gara personale
verso l’autodistruzione
e la misericordia
chiedendo
sottovoce

bicchieri d’acqua

che somigliano a

gin tonic.

L’apparenza è tutto,
e il mio gilet nero,
macchiato,
la dice lunga.

Lo specchio continua
a ripetermi che
non sono io,
che quelle occhiaie
sono profonde
come i miei anni

a Londra.

Cento,
dieci,
forse tre.

Tante quante
le mie ore di sonno
per notte
ché le altre
le spendo a sognare
e a capire come
svegliarmi.

Lo chiamano
“falso-risveglio”.

E fatico a sopportare
il senso di soffocamento
del mio subconscio,

quasi come la realtà.

E i termosifoni accesi.

Diego Astore

foto(20)

inter-mittente

INTERMITTENTE

Sostare
sospeso

in un odore.

Circondato
in un rettangolo
di luci,
gente,
bar.

È foresta,
è selvatico,
rami
secchi e
cacciagione.

È profumo
di cucina inglese
su tovagliolo bianco
nell’epoca
di strade
secondarie
tra le arterie
della città
con le auto
ferme
ai semafori,
e la luna sorretta
dalla cima
dei palazzi.

No.

La luna è
ingabbiata dai
rami.

[È foresta.
Selvatico.]

In sottofondo,
il vociare confonde.

È un brusio
da recuperare
tra soffocamento
e sopravvivenza.

È profumo
di pioggia
sugli arbusti.

La sensazione
di umido,
e legna
e cenere
di un camino
o un braciere
della casa
nel bosco.

Il calore

intermittente

di un
déjà vu.

Diego Astore

foto(19)

rutherford house

RUTHERFORD HOUSE

Di fondo Patrick
aveva ragione.
Se ne stava lì a russare.
Nell’alveare
dei sogni da cambiare,
costruire,
ricostruire
e inseguire
vivevamo
l’incubo quotidiano
della realtà

e dell’invidia.

Stipati in box
di un metro quadrato,
tergiversavamo sul
da farsi.
Moribondi attaccati
ad una vita

futura

Un letto,
una finestra,
un armadio,
un muro di cartongesso.

Poche cose
inanimate.

Potevo sentire
dall’altra stanza
il puzzo dei
calzini sporchi,
di nuovo
il russare chiassoso.

Ironia che sia uguale
in tutte le lingue
del mondo.

Non c’era bisogno di
interpreti o traduttori.

Mi chiedo cosa cazzo
ci facessi lì.

Judith era una cubana
che parlava quattro lingue:
ne avesse sfruttata
una sola bene.

E Matthew,
versione inglese
di un nome sloveno,
che giocava a fare
l’artista guardone.

Il polacco di sopra
che montava e smontava
ruote di biciclette,
mangiava omogeneizzati
di nascosto
in cucina.
Come cazzo si chiamava?

Andate a prenderli.

Stavano degenerando.

Venite a rubargli qualcosa.
Anche un

segreto.

In modo da
non doverli
custodire così.

Diego Astore

372

one year ago

UN ANNO

 

Ho i calzini bucati,
le scarpe senza
stringhe.
Una giacca nera
di velluto
consumata
sui gomiti
e sul colletto.

Troppa pioggia.

Ho l’espressione
stanca,
svogliata.

C’era la lista
della spesa
attaccata
alle pareti
della stanza
da due settimane.

Per un po’ ho mangiato
solo uova e fagioli.
I noodles no:
mi fa
schifo
quella brodaglia
da 40 centesimi.

L’altro giorno
il mio coinquilino
portoghese
ha cucinato

il guisado,

me l’ha offerto
che avevo
la bava alla
bocca.

I denti li lavo a secco,
nel bagnoschiuma
c’è più acqua
che sapone.

Continuo ad
arrotolare
pezzi di carta,
dovrà finire anche
quella:
mi sono rimaste solo
due copie del
curriculum:
ho un altro
paio di cagate
di autonomia.

Il quadro bucolico,
disperato,

di un anno fa.

Diego Astore

de-solazione

 

Nightclubbing

NIGHTCLUBBING

Striscio tra
gente in
movimento.

[L’anomalia del
nightclubbing
nei weekend.]

I miei fianchi
ne sbattono altri.
Calici di vetro,
varie misure,
si accavallano
fino a toccarsi

lassù

in cheers
avvilenti.

Capita che cadano
in frantumi,

penso sia solo
la mia testa

[la mia testa]

ad andare in
mille pezzi
sul pavimento.

Eppure
quello che
calpesto
è vetro.

[ne sono sicuro]

Non comprendo
le note,
non le afferro.

Cosa mi tiene legato
a voi?
Può l’alcool
considerarsi
un trait d’union
tra gente agli

ant-ipod-i?

Non vi conosco e
non ho alcuna
voglia di rimediare
a questa lacuna.

[Preferisco nuotare
tra le mie
parentesi quadre.]

Diego Astore

[post-modern soundsystem]

i love london’s toilets


PER UN PUBBLICO DI NICCHIA CI VUOLE UN ARTISTA MORTO

Nel pentolone di internet tutto era lecito. O almeno fino a quando google non cambiò qualcosa nelle sue impostazioni. Ma già da prima si intuiva che quel qualcosa sarebbe andato a finire male. Avete cercato tra le immagini in bianco e nero e siete malcapitati nella mia stanza virtuale, vi siete seduti ad ammirare tutti i manichini alle pareti: qualcuno somigliava alle sculture del Creator Vesevo. I morti possono ballare e si possono ascoltare. Il gruppo australiano vi ha sussurrato all’orecchio che il carnevale è finito, che Ulisse sta per tornare a casa dopo un lungo viaggio nel Mediterraneo. Appena gli strumenti medievali hanno preso il sopravvento, Dieke Seventeen vi ha aperto la porta segreta che affaccia sui binari in pixel. Avete scorrazzato in lungo e in largo, come in preda ad una rara malattia. Non vi siete mai stancati. E siete rimasti lì, a giocare alle montagne russe fino al tramonto, finché non è arrivato Bobby Breathless con la sua navicella a prendervi per riportarvi a casa, lasciandovi come souvenir della giornata ancora fotografie in bianco e nero del volto confuso di Dieke, nascosto dietro le mani chiuse nel filo spinato.
I ritardatari, gli insonni del web, digitavano “redtube urgenza di pisciare ragazze” e “schiavo zerbino sandali suole tacchi fango piscio”  trovando donne con calze parigine finendo col spararsi seghe su un monitor pieno di parole in fila, una dietro l’altra: racconti e poesie dannate. Il quadro finale fu una Guernica avvolta nel fumo perché si era sprovvisti del materiale per isolare il calore degli scarichi di auto e moto. Di fronte, dal balcone con la ringhiera in ferro battuto una coppia fotteva con sangue e i binari di sotto formavano un cuore gigante. Facevano da cornice strade abbandonate e sagome di edifici. Sullo sfondo si vedeva un’auto in fiamme, bruciata, incendiata, proveniente da un’officina di Metronapoli. Nell’altra stanza una donna nuda scriveva sopra un tavolo dove poco prima era stato lo spazio di un risiko elettronico e di bottiglie di Peroni dal collo corto. In tivvù il tg dava in coda la notizia di bungalow in vendita dotati di ogni comfort con lo spioncino elettronico per  la porta d’ingresso.  La ditta produceva anche arredamenti d’interni simili al korovamilkbar di Kubrik.  La donna guardava le vesti strappate sul pavimento e scriveva sul pezzo di carta nero “Se tu vai lì, con quella gente lì, e li spruzzi di acqua santa, esce fuori il fuoco… fumano! Se li spruzzi di acqua santa fumano, quella gente lì fuma”. C’era anche una scrittura di un dio minore “prendila a morsi senza rimorsi”, intendendo alla vita, mentre fumava l’hashish più potente del mondo alternato all’arbre magique du tenéré. I manichini con le siringhe fuori ai capannoni cinesi di Gianturco non riuscivano a defecare e le loro anime andavano in pezzi che cadevano sopra foto pornografiche in. La finestra sul cortile, dall’altro lato, dava sul giardino di pixel. Chiunque passava di lì si drogava con pasticche, travestiti da carnevale post-apocalittico. Al party selvaggio gli occhi erano puntati sul neon a scomparsa nella controsoffittatura. Fuori le ronde cittadine avanzavano indisturbate fino alla porta del Palazzo Vecchio. Disperazione. Stavano per scavalcare, arrivando con i piedi nudi sul filo spinato. Urlavano in coro “my sweet prince”, riferendosi ad un ragazzo a Roma con l’estintore in mano troppo lontano dall’auto in fiamme, ma così vicino ai cruscotti estraibili. Accadde il due ottobre. Era vestito con abbigliamento da bambino. Per certi versi ricordava Morrissey nell’apparizione con l’auricolare bianco a Top of the Pops, quando alla Rai c’erano ancora gli specchi tondi.  Uscendo dal sito s’imbatterono tutti in un graffito gigante: “Per un pubblico di nicchia ci vuole un artista morto.”

Diego Astore

i love London toilets

statistiche 12/17

temptations

TENTAZIONI

Le cinque o le sei
di un mattino
che ancora non c’è.
La sala appare sudicia,
sporca,
fumante.

Mastodontiche
scatole di watt
ai lati della
consolle.
Deejay si alternano
meccanici
in una reunion
natalizia
svogliata.

[Bevono acqua
dalle bottigliette.]

Suoni pungenti,
striduli:
nessuno dei presenti
riesce a ballare,
sguardi a spillo,
impegnati in
galassie sconosciute.
Ancora:
sudore e prurito.

Una bionda travestita
da troia
cerca calore
tra la folla
di zombie.
Qualcuno cade
in trappola:
si contorce
sotto cassa
in uno scambio
ai limiti del sesso.
Nella disattenzione
un tizio alto
e magro
prova
a svuotare
borse e portafogli.

Fa coppia
con la bionda.

Li beccheranno.

Il mio drink è vuoto.
Sento degli occhi
spillati
su di me,
la mia giacca,
la mia camicia,
il mio cappello,
il mio jeans stretto.

Non è a me che dovete guardare.
Nè a quel che supponete io possegga.

La proprietà privata
è un concetto sepolto.

L’immobilità dei
vostri corpi
mi rende nervoso.
Cattivo.
Soprattutto
lo sguardo appuntito
del mio dirimpettaio
che viene a salutarmi
con fatica
sovrumana.
Cosa dire?
Circo-stanze
in un macabro tendone
di fenomeni collaterali
di una gioventù
prolungata
andante
e tendente
al nulla.

L’impotenza di non capire
la vostra distruzione fisica
e
la vostra distrazione morale.
Ho voglia di viaggiare
su riff siderurgici
di chitarre
post-industriali.

Mi ritrovo chiuso
in rumori incapaci
di tradurmi.

Sono le sei o le sette,
di una notte
che non c’è più.

Diego Astore

nameless

a sort of homecoming

QUATTORDICI GIORNI

Malinconia è partire,

essere lontano
quando non vorrebbe
che essere parte
di una schiena.

È il problema
di avere due case.

E due città.

Per quattordici giorni
dormirà in una stanza
dove le sue cose
sono state
spazzate via.

Le pareti, gli angoli,
il soffitto:
dovrà ritrovarli
sotto le luci
della notte
che filtrano
dalle persiane.

Alla mattina sarà
svegliato dall’odore
di caffè
della madre
e dal dopobarba
del padre.

Quanta voglia
di quei profumi
e delle loro rughe.

Saranno quattordici giorni.

Malinconia è il vento
dell’altra sera,
mentre lui t’aspettava
nel ventre
di una strada deserta
e ti stringeva in un abbraccio
lungo

quattordici giorni

E partirà di nuovo,

affronterà la malinconia
del ritorno,
dovuta dal riabituarsi ai ritmi
lenti
del Mezzogiorno d’Europa.

Altri pezzi
lasciati alle spalle.

È il problema
di chi ha
due case.

E due città.

Diego Astore

a sort of homecoming

legno chiaro

LEGNO CHIARO

 

L’avvio della messa
fu lento.
Il sacerdote sibilava
parole
accazzo
come da prassi
tra la rabbia
dei presenti
vestiti
di dolore.

Dall’ingresso
assistevo
ad un concerto

di giacche
e
cappotti
che vociavano
e singhiozzavano.

Ti ho odiato tanto
che avrei voluto
essere in
un altro posto.
Ti ho amato poco
che non sapevo
dove andare.

Sospesi come i
fili della corrente

tra una vallata
e l’altra.

Distanti per

incontrarsi
e vicini
per rispettarsi.

Ha nevicato
sul mio stomaco

ma solo
perché ero
nudo tra
quelli travestiti.

Fuori è grigio
e in casa di nostrosignore

era buio e freddo.
Nessun cero acceso
bastava ad illuminare.

Il marito di dio
ne aveva per tutti,

con la sua
gonnella nera
e le mani rugose.
La sua predica
era fuori luogo
così come
il vestito di

legno chiaro

che indossavi.

Conoscendoti,
so che avresti

detto lo stesso.

Me ne sono andato
nauseato,

guardando
ad un

altro giorno
che questo era
opaco
con la faccia
anemica.

A volte si dovrebbero
skippare

le giornate,
come faccio
con le canzoni
sull’ipod.

Diego Astore

under the milkyway

old fashioned

OLD FASHIONED

“Una strada alberata di aperta campagna, sto camminando assieme a tante formiche, che poi sono quelle formiche giganti di campagna. Solo più giganti. Cammino uguale a loro con le braccia e con i piedi per i ciottoli. Ci dirigiamo verso una casa con i muri esterni bianchi. La luce riflette sulle pareti e mi acceca la vista. La casa, avvicinandomi, sembra enorme ma familiare. Ha quel  sapore di infanzia, la mia infanzia, che è di terra e braciere. All’interno pochi mobili e anche lì è tutto bianco. Smetto di camminare come una formica, ché mi accorgo che sono ben in piedi a girovagare per il salone. Le formiche mi hanno abbandonato ma sento una voce femminile provenire dal piano di sopra. E allora mi fiondo su correndo per le scale che si muovono da sole, ma al contrario: hai presente le scale mobili? E non riesco quindi a raggiungere nulla. Vedo solo un soppalco e una voce che urla: “E’ stato lui. E’ stato lui.” E allora mi giro e guardo sto tizio da fuori alla finestra che si sta allontanando, come se avesse fatto qualcosa di losco. Ma non capisco. È tutto così confuso e sbiadito. Vedo solo un tizio correre lontano per la finestra, con le formiche. E sono rammaricato. Non so il motivo. Quindi giro a vuoto per il salone, incappando in un baule di legno. Sembra una cassapanca, neanche tanto vecchia. È chiusa e mi sveglio.
Vedi, il punto è che io ricordo anche come ci sono finito in questo posto: ero in una cazzo di biblioteca piena di libri e dischi. Cioè non so se fosse una vera biblioteca, ma ero convinto che lo fosse. Tutto aveva l’aria della biblioteca. Però ci trovavi solo vecchi anziani seduti. A me tutto sembrava sconosciuto: copertine di libri e dischi che mai avevo visto, così come gli autori. Roba inesistente, aliena. E sento questo vociare che mi arriva alle orecchie e ho l’impressione che si stia parlando di me. Che si stia parlando male di me. Lo sento, lo avverto. Ne sono sicuro e mi giro verso una finestrella minuscola dove trovo due clessidre di plastica in funzione. Hai presente quelle clessidre piccole dei giochi da tavolo? Appena le guardo si fermano. E si ferma anche il vociare dei vecchi. Quindi in un battibaleno mi ritrovo in casa mia, quella a Napoli e non so come spiegartelo, ma tutte le stanze erano diverse. Dove c’era lo studio trovo il bagno. Dove c’era la cucina trovo la stanza da letto. Che strano! Comunque al cesso c’è mia madre che mi chiede una mano per tirarla fuori dalla vasca ma sento solo il rumore dell’acqua scorrere forte. Non c’è nessuno. Poi sento un’altra voce e so che è qualcuno che conosco. E inizia a parlarmi di cazzi. Soprattutto di uno dei cazzi disegnati sulle mattonelle, ma non vedo nulla. Mi sforzo di vedere questo famigerato cazzo sulla mattonella e mi interrogo su chi possa averlo disegnato nel cesso di casa mia. Quindi niente. Ho la sensazione di avercelo duro e poi mi ritrovo in campagna con le formiche.”
“Sei lacerato dai sensi di colpa.”
“Cazzo vuol dire?!”
“Quello che ti ho detto.”
“Vabeh, facciamoci un drink.”
“Finalmente! Ora hai parlato bravo.”
“Ma hai ascoltato quello che ti ho detto?”
“Sì, hai detto di prendere un drink. Andiamo all’Exit?”
“Piove.”
“Ma l’Exit è al chiuso. Cazzo dici?”
“Piove, dentro e fuori.”
“Ok dude, ho capito l’antifona. Offro io.”
“Stacazzo di Londra.”
“Sticazzi Londra.”
“Fanculo la regina.”
“Viva il re.”
“Old Fashioned?”
“Old Fashioned. Però deve farmelo coi cazzi.”
“Chiaro.”

Diego Astore

zapping

zapping

meat is murder

MATTATOIO

Il mattatoio è quell’edificio dove  innaturalmente capitano gli animali ad un certo punto della propria esistenza per essere macellati, dissanguati, lavorati, scartati per presentarsi al consumo finale dell’essere umano. Mi chiedevo a quale regno appartenesse quest’ultimo.

Macellatemi
dopo
mezzanotte.

Dal mattatoio,
che le mie
carni siano
affettate,
scartate
e stipate
sugli scaffali
dei
super – e r – – t -.

Compratemi
tra
le offerte
del giorno.

Sarò rosso
ancora per
poco:
evitate
di congelarmi.

Cuocetemi
ai ferri,
in padella,
con le spezie
e gli aromi.

Nutritevi
a sbafo.
Saziatevi
che,
tanto è stato
abbondante
il desinare,
vi scoppierà
il sesto
bottone
della camicia
avvitata
e l’ultimo
morso di
bistecca
rovescerà
sangue
sui vostri
gemelli,
sui polsini.

Ovunque
(dentro e fuori).

A quel punto
ricordate:

concedersi,
offrirsi
è
un’azione
più facile
di
approfittarsene.  

Diego Astore

pic: mattatoio – London

mattatoio

who’s gonna die today?

SENZA RANCORE

Scivolo sulla vetrata. La mia testa rasata scende giù fino al bordo del finestrino. L’N253 gareggia con l’asfalto, le altre auto e i lampioni. Ogni frenata batto il capo. Non so quanti giorni mi restano al capolinea. Fisso il manico giallo ocra, ancora una manciata di fermate e starò in strada. Di fianco ho uno di loro. Degli altri. Impermeabile nero, camicia e maglioncino di filo. Scarpe nere con punta quadrata, né casual né classiche. Orologio giapponese digitale con cinturino in argento e quadrante nero al polso e bracciale d’argento nell’altro. Fronte bassa e sopracciglia leggere sopra occhi castani. Capelli corti sul rossiccio. Occhiali da vista senza montatura frontale. Stecchette di metallo. Barba rasata stamattina e odore di celvinklein sudato. Maneggia l’iphone nervosamente, con  auricolari verdi. Dalle applicazioni che sono riuscito a sbirciare credo abbia fretta ed è nuovo a questo bus. Penso raggiungerà qualcuno. Controlla mappe e tragitto alternando bbc news e musica sputata dalla bocca piena di un discografico che ha mangiato negli ultimi due decenni in un fast food di periferia.

Chiede di farlo passare. La sua fermata è la prossima ma poteva essere anche la precedente. Maledetto google map. Mi soffermo su dei jeans chiari consumati che scendono larghi, felpa carhart bordeaux, maglia bianca con stampa di un palazzo inglese tipico. Zaino nero. Ipad acceso tra le mani che lascia ondeggiare da un lato o dall’altro come se a pendere fosse la bilancia della sua vita, data l’importanza del momento espressa sul volto, tra i muscoli della faccia contratti e il ghigno che sta per formarsi come per dire “sto vincendo”.

Sono annoiato, una costante dell’ultimo periodo. Il tempo lo scandisco con gli oggetti  sott’occhio e sotto mano che compongono le mie azioni quotidiane. Per lo più sigarette, ma anche cibo, doccia, lavatrice, cellulare. Una pausa pranzo, ad esempio, è quantificabile in 3 sigarette, un sandwich e un caffè. Aspettare un amico sotto casa sono due sigarette e tre squilli, due volte la stessa canzone. Dipende dall’amico. Aspettare un amico sotto cassa, in un rave o ad una festa è comunque molto più complicato. Quelli sono giorni sporchi che vanno via con sublime lentezza, l’istantanea è quella di un porco che si rotola nel fango che ci mette mezza giornata per arrivare dall’altra parte del recinto fatto di due metri per tre. Ma quelli erano altri tempi. L’indecisione è una condizione imprescindibile per ogni essere umano, almeno una volta nell’arco di una vita. Indecisioni piccole, manciata di terreno che si sgretola dal setaccio delle mani. Indecisioni medie, grandi, iceberg insormontabili su cui affonderebbe qualsiasi Titanic di sorta.

Chi è morto oggi?

Ve ne prego, pubblicate un qualsiasi post e fatemi conoscere, apprendere. Restare vivo affinché possa ammirare, disprezzare o maledire chiunque abbia tirato le cuoia nelle ultimi dodici ore.

Immagino migliaia di computer in stanze strette e buie, con intorno la puzza di calzini marci e cucchiai incrostati nelle tazze del caffé. Dieci, venti schede su firefox comandate da centinaia e centinaia di esseri sommersi dal mare di internet: larepubblica.it, internazionale.it, corriere.it, ansa.it, mianonna.it, facebook, twitter, hotmail, wikipedia.

Ma andiamocene tutti a fanculo.
Senza rancore.

Diego Astore

who's gonna die toda

 

 

spiagge deturpate da cadaveri meccanici

FRONTIERA

Tracciato di frontiera
ai bordi della
mia materia.
Sentinelle
coi moschetti
lasciati
nelle teche
ad arrugginire.

Ai check-in
un lato di me
chiederà
il passaporto
all’altro.
Un sottufficiale
metterà un timbro
e una firma.
Sbadigliando,
mi lascerà
passare.

Sotto attacco
di ridarella isterica
le due parti
si ricongiungeranno
e niente sarà
come prima.

La sicurezza di partire.
(fisso l’orologio)
La certezza di lasciare.
(sono le tre)
Minati dal rigor di logica.

Concetti matematici
applicati ai sentimenti
delle azioni contrastanti.

(un numero)
(mi tatuerò un numero dispari)

Il dubbio.
Il dolore.
Non possono
quantificarsi
nell’elevazione
dell’individuo
all’interno
del
nucleo occidentale.

Ho gli occhi
del

mare.

Salati.

Il disordine costruito
artificialmente
nel corso
del mio terzo
decennio di vita
è l’attentato
a me stesso.

Perdonarsi dei vizi.

Dannarsi,
mentre il mare
scorre giù
per gli zigomi.

Diego Astore

foto(12)

antifascismo militante

TRECENTOTRENTACINQUE

Muri imbrattati

dall’incoscienza
nazionalpopolare.

Slogan,

striscioni,
manifesti
avvolgono
la Capitale
con imbarazzanti
auguri di compleanno

per un capitano dell’SS.

Criminale di guerra,
vile servo di

un’ideologia

squilibrata.

Un individuo

compie cent’anni,
in barba a chi è morto
per mano sua.

Nessuna giustizia
potrà cancellare

la vendetta
che non conosce
rimorso,
né pentimento
e misericordia.

E voi che gli augurate
lungavita,

dove eravate
settant’anni fa?
Quando fu rappresaglia.
Quando perirono

trecentotrentacinque persone

tra civili,
prigionieri di guerra

e militari della
Resistenza.

Dove eravate quando

fecero esplodere
le cave per nascondere
le vittime,
seppellendole
sotto un cumulo
di macerie?

Avreste tifato Germania

in un assurdo
rapporto matematico
di dieci a uno?

Dico a voi,
che fate del tricolore

e del cameratismo
la vostra unica,
insensata,
ragion di vita.

Vigliacchi topi
di fogna, esaltati,
che uscite di notte,

di nascosto,
mi fate schifo,
quasi come
i criminali nazisti.

Fareste bene
a chiedere aiuto

all’Odessa
e agli alti prelati
della Chiesa
per riuscire
a scappare
sulle montagne
argentine.

A rincorrere il tempo,

fino ai vostri
cent’anni
di solitudine,
condannati
alla segregazione
ricordando
solo pezzi
sbagliati
di Storia.

Diego Astore

agnes preszler - murales_fosse_ardeatine

deaf dumb and blind

PICCADILLY

Il plotone d’esecuzione
è all’erta
per immortalare
luci,
monumenti
istanti.
Ora premeranno
il grilletto
di reflex
e cellulari.

Click.
Click.

Flash sparati
nella
brezza leggera
dell’inquinamento
atmosferico.
Sorrisi fasulli
stampati su
display da
quattro pollici.

Esistete,
in una testimonianza
tangibile
di ricordi
che sfuggiranno
e si sbiadiranno
nella lavatrice
del tempo.

Le multinazionali
graffiano
la vostra pelle,
il canto delle sirene
dei neon
dei marchi registrati.

Insegne,
promozioni,
venditori ambulanti,
questuanti,
distributori
di carta straccia
che provvedono
al disboscamento
dell’Amazzonia.

E poi le auto,
i bus a due piani,
il traffico,
i semafori,
la metropolitana,
le cabine telefoniche rosse,
vuote,
le ventiquattrore in pelle
che sbattono
sulle buste di plastica
nel viavai
dello shopping.

E ancora
mimi dorati,
argentati,
suonatori
di ventura

e click.
Click.
Click.

Piccadilly Circus.

Diego Astore

piccadilly circus

we are the heathens

CLOCHARD

Unificheranno
popoli,
uniformeranno
menti,
tendenze
e dottrine.
Un topo informatico
catalogherà
le vostre informazioni.
Lo faranno
per voi.
Per il bene
del Paese.
Gli uni
si mescoleranno
agli altri
e vi mozzeranno
le mani.

Non riuscirete
a distinguere
la destra
dalla sinistra.
Quale sinistra?
Toglieranno la
Liberazione
che non
avete mai avuto
dal calendario.
E le montagne
dove
s’è combattuto?
Demolite.
Le hanno cavate
negli
annicinquanta,
sessanta,
settanta,
per ri-costruire.

Hanno lasciato
i tir
parcheggiati
a ridosso
delle campagne,
dove
i vostri nonni
si nascondevano.
Ora sono incolte.
Teatri en plein air
di rabbia
e gramigna.

Inquineranno
l’acqua
dei fiumi
e dei mari
barattando
promesse politiche
le cui forze
machiavelliche
formeranno un
nuovo governo.
Le frecce tricolori
sviolineranno
nel cielo d’Europa,
finché il
Barone Rosso
non le abbatterà.

Lì cadranno bandiere
e si scioglieranno
i colori.
Ne rimarrà solo uno,

grigio candido.

Vi intrappoleranno
nella rete e farete
le rivoluzioni
duepuntozero
ogni qual volta
ve lo
chiederanno.
Allora mangerò
avanzi di
hamburger
di cartone
fuori un
mecdonald
e crederò di
essere a casa.
Anche se
non ne ho
una.
Anche se
i media
continuano a
rinominarci

clochard

per ripulire
la nostra
faccia sporca.
Poco cambia:
siamo barboni,
accattoni,
straccioni,
fannulloni,
buoni a nulla,
parassiti miserabili
e
facciamo schifo.

Dimenticatevi
di noi
quando d’inverno
cadremo
uno ad uno
all’inferno.

Diego Astore.

pic 1: “Temporary Uomo”

pic 2: “Phantasmagoric Being”

shooted by Anonimobviously

temporary uomo_ phantasmagoric being

Zola Jesus lives in my speakers

FUORILEGGE

Decide di
fermarsi
lì a
sinistra.
Gira le chiavi
soffocando
il motore
e alza il freno
a mano.
La cornice,
guardandosi
intorno,
si manifesta
vuota.
Solo un cimitero,
poco distante.
Si priva di una
banconota dal
portafogli.
Il distributore
è rispettoso:
la accetta
senza sputargliela
addosso.
Schiaccia
sul tre.

Stack.
Vroom.

Il marchingegno
è in azione.
Benzina.
Rifornimento.
Istanti
rivolti
a fissare la
strada deserta
rievocando
l’immagine di
una rosa rossa
incastrata
nel portoncino
nero.
Una mossa disperata.
Era come
rinchiuso,
intrappolato
in un quadro
di Hopper.

Sono le quattro
di una nuvolosa
notte
fuorilegge.

Plick.
Plick.
Plick.

È cominciato
a piovere
ma non se
n’è accorto:
in testa ha solo
le lancette
dell’orologio
che si fanno largo,
fredde,
dalla cucina
o da altrove.
Il padre ha
la mania
di spostare
le cose
per poi
dimenticarsene.
Lo fa per
confondere
il senso
d’orientamento.
E per dissacrare
le abitudini.

Alcune persiane
vengono su
in cortile,
stracciando
la notte
come si fa
con
le foto vecchie.
Sono quelli che
si svegliano
che ancora
non c’è luce
e già odorano
di nicotina.

Tack.

Il cellulare
gli è caduto
dalle mani.
Tenta di chiudere
gli occhi.
Una mossa azzardata.
Sono le sei
di una scivolosa
mattina fuorilegge.

Diego Astore
outlaw unicorn

despite all my rage i’m still just a rat in the cage

CLIPPER NERO

Cresciuto
sotto
una campana
di vetro:
filtrava
gli anniottanta
da quello
che un decennio
più tardi
avremmo definito
mainstream.
Ed era tutto
un giocare
a scoprire
nuove

copertine.

Ogni tanto
mi affacciavo
dalla finestra:
la guerra
del golfo
era
nel porto
di Napoli.

Me ne sbattevo.

Me ne sbattevo
sulle pareti
e
non andavano
in frantumi.

Sono sopravvissuto
a tutti
i Mondiali
con la voce
di Pizzul
e non ho
mai cantato
vittoria.

Né prima
né dopo.

Da fuori
la campana,
la vecchia scatola
riproduceva
gli ultimi barlumi
di una cultura
vecchia.
Con pigrizia
qualcuno
l’ha
calciata via
mentre
trasmetteva
le
soap opera
dei talk show,
reality,
fiction
di dubbia finzione
e salotti
della politica.

Dopodiché
il nulla.

Ho continuato
a giocare
con
le
copertine.

Me ne sbattevo,
fino a
ieri l’altro:
il vetro
è caduto
in mille pezzi.
Sono uscito
deambulando,

anfibi
ai piedi,

tanto da
giungere
oltremanica
dove
i grattacieli
specchiano
la
rappresentazione
grigia,
austera,
dinamica,
sveglia
di
te stesso.

Una skyline
stregata,
con i fili
mossi
sottoterra,

dove si
annidano
i ratti.

Ho comprato
un giornale
italiano
e un
Clipper nero.

Avevo freddo
alle mani.

Diego Astore

despite all my rage i'm still just a rat in a cage

contaminati dal ventennio

CONTAMINATI

A cosa serve
scappare
se vi ritrovo

sull’autobus,
al supermercato.
Negli offlicense.
Per strada.

Alla posta,
in stazione
al bar,
dal cinese.
A pranzo e
a cena.

Mentre prendo
il caffè
e a lavoro.
Quando fumo.
Quando cammino
e ho le cuffie.

Quando ascolto
musica,
nella mia stanza.
Quando mi chiamate
al telefono.
Quando faccio

l’amore.

Ascolto discorsi
in anonimo,
protetto da una
rivista
indigena.
Insospettabile
spione,
schifoso

guardone

arrapato
della mia

lingua d’origine

maltrattata
storpiata
inquinata.

Lontana
e svuotata
dalle
vostre parole
sterili.

Come i nostri
ultimi
vent’anni.

Contaminati
di rogna,
portatori sani
di un morbo
incurabile.

A cosa serve
fuggire,
evadere
se vi ritrovo
anche
in questa
poesia.

Sono sempre
i migliori
quelli che
restano.

Diego Astore

I'm still alive

Let’s play Twister, let’s play Risk. Yeah, yeah, yeah, yeah!

MONOPOLI

Vago tra i marciapiedi
con lo sguardo
fisso in terra.
Ben attento
alle trappole
seminate
qua e là.
Ieri sono inciampato
tra gli “imprevisti”.
[Ho piegato
la mia schiena
per ingrassare
le loro tasche.
Ho impiegato
nove mesi
per cercare
il Cane Rosso
negli occhi di
ogni cliente.
Nove mesi
per partorire
un licenziamento
senza giusta causa.
Dei topi che
ballavano
sul pavimento
mi resta solo
un’allergia
ai polsi.]

Questa è Londra
e a nulla è servito
assumere un Gatto.

Dov’è il mio treno?
Quale devo prendere?

Cammino tra
i marciapiedi
circondati da
mille aiuole,
parchi
e tunnel
che mi portano
dabbasso
ad ogni angolo,
stando bene
attento a dove
metto i piedi.
Proprio ieri l’altro
sono finito
nelle “probabilità”.
[Mi hanno chiuso
la porta in faccia,
prima di rivelare
tutte le mie bugie
sul linoleum
che ora mi porterò
dietro con l’inverno.]

Dov’è il mio treno?
Quale devo prendere?

Salperò dabbasso
con la Northern Line
per un altro
quartiere.
Con le stesse
trappole.

Questa è Londra,
un enorme

Monopoli.

Ho solo bisogno
di un ombrello
e di un
impermeabile.

Prima che
quest’altro
treno
parta.

Diego Astore

 Perditempo

let my mind go out of tune

IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA

Ho una storia
da raccontarti,

da scambiare
con la tua.

Ne ho un’altra ancora
e altre dieci.
Fino a cento

Tutte uguali.
Sai contare fino a mille?

Andiamo a
passeggiare lungo
il muro,
prima che abbattano
anche questo
e ascoltami
in silenzio.

Ho visto mani
altrui sporcarsi
per troppo poco
e lavarsele
fino a consumarle.

Le mie odorano di terreno.

Le tue, d’oro massiccio.

Ho guardato
nelle cose
e sono diventate
pericolose.

È così
quando la strada
si presenta
elegante.

Dovresti vederla
dall’alto
prendere
la forma
di una scacchiera
e guardare in faccia
colui
che già sa
come ti muoverai.

Avresti dovuto,
da piccola,
correre
per le campagne
tra gli
alberi in fiore
e macerie
di pietra
coi lampioni
sempre rotti
e le fontane che
irrigavano i campi
dove adesso venite
a ballare

pizziche e tarantelle.

Ma il vostro cemento
ci ha già inghiottiti
anni fa.

Possono essercene
dieci,
cento.
Forse mille.

Possono indossare
delle finte pellicce
in rosa shock.
che li farà sentire
appartenenti
alla stessa
cosa.

Uguali.

E l’uguaglianza
è nella presunzione
degli occhi
di chi osserva.
Di chi scruta.

Ragionano sui
grandi numeri.

“Svincoliamoci
dalla massa e pensa
al tuo progetto.”

Il progetto che
ci renderà
normali
e che esalterà
le nostre ricchezze.

Non io.
Non io.

Quanti ce ne sono
là fuori?
Non li ho mai contati.

Non sopporterei
l’idea di trovare
un altro me stesso.

È per questo
che so contare
solo fino
a diciassette.

Diego Astore

“Mentre gireranno la ruota, vi sembrerà di fuoriuscire dal coperchio. E continuerete a sbattere contro il vetro del vostro ufficio, inquinando tutti i fiumi quando andrete a pisciare nel cesso, durante la pausa (se ve la concederanno). E avvelenerete le fogne, quando riuscirete a guardarvi dentro la palla del vostro acquario.” [Lunedì]

NOTE:
prendendo spunto da un ricordo comune e da una poesia di ZF Korova

“A  nonna Chiarin’.
Un ricordo d’infanzia,  quando la campagna era un villaggio.”

out of tune

Leitmotiv in UK

LEITMOTIV IN UK

Passo la notte
in cucina.
Nel frigorifero
c’è una mela
e del cheddar.
La finestra
piange,
così ho acceso
le luci di Natale
mai rimesse a posto
dall’anno scorso.

L’insalatiera
di porcellana
s’è tinta di
bordeaux e
nel riflesso
cerco la
rappresentazione
ideale
di voi.

Cosa fate.
E perché.

I perditempo e
i perdinotte
eclissati
dietro
al bancone,
trinceati
sotto
la consolle,

o col capo chinato
davanti al
televisore,

incorniciati
nel primo freddo
dell’anno.

Sento muovervi
nelle coincidenze
e se potessi
sospenderei
gli attimi
di ognuno di voi.
Premerei play
solo in mia presenza.
Scratcherei sul vinile
le vostre braccia
e i polpacci
per ricordarmi
i vostri suoni.

E gli odori.

Al contrario,
intanto che la

socialdemocrazia nordeuropea

mi attacca bombole
di anidride carbonica
sulla schiena,
i perditempo e
i perdinotte
invecchiano.

Io invecchio,
lasciando
pezzi importanti
sul pavimento
della cucina
mentre giro
intorno
al tavolo
e sento, ancora,
la finestra
piangere.

Diego Astore  

pic: Volkswagen Polo 1976 – Hoxton Square

volkswagen polo

 

 

 

 

Meredith Monk is playing in a Gaza’s mill.

WHITE PHOSPHORUS

It’s the calls
of the
seagulls
in the night.
Torn apart
by the pain,
they echo
in the green glare
of the
broken sky.

There where
the sea
ends
and the ground
starts
in walled up
perimeters.

The ground of whom?

Deep gnawing
notes
sway
all night long
behind
the old mill’s
window.

It’s just
two piano’s
tunes
and the
seagulls’ cry:

they boom
in the
filthy air
of
white phosphorus.

They overlap
the background noise
of the city
and of the
camps.

Of the
bombs.

And the
raised up
dust
above
Gaza
by
Israeli raids.

Diego Astore

Meredith Monk is playing in a Gaza’s mill.

FOSFORO BIANCO

Sono i versi
dei
gabbiani
di notte.
Strazianti
di dolore,
echeggiano
nel
bagliore verde
del cielo
distrutto.

Lì dove
finisce
il mare
e comincia
la terra
con i confini
murati.

La terra di chi?

Note profonde
e lancinanti
danzano di notte
dietro
la finestra
del
vecchio mulino.

Solo
due accordi
di
piano
e le urla
dei gabbiani:

risuonano
nell’aria
sudicia
di
fosforo bianco.

Sovrastano
i rumori
della città
e dei
campi.

Delle
bombe.

E la polvere
sollevata
su
Gaza
dai
raid israeliani.

Diego Astore

Finalista 2012 Premio Speciale MetroNapoli Subway

LO SCONOSCIUTO

Arrivò all’undicesimo piano dall’ascensore. Una gabbia sporca e claustrofobica male illuminata dal neon intermittente, impregnata dal tanfo imprigionato e condannato all’ergastolo. Lo specchio era macchiato da dita unte e in un angolo ristagnavano ammassate macchie giallastre solidificate. Tutto faceva optare per il pus dei foruncoli, come se qualcuno dei condomini facesse la pulizia del viso davanti allo specchio dell’ascensore lasciando in bella mostra i trofei da guerra.
Gli provocava una notevole sensazione di disturbo stare lì dentro a fissare la gettoniera, pensando di quante persone ne aveva respirato l’aria, condiviso batteri e gesti. Portava una borsa nera a tracolla che gli scendeva sulla spalla sinistra e abiti anonimi, che facilmente si mimetizzavano nella folla. La fronte imperlata dal disagio, dal nervosismo, dalla fretta: era sudore acrilico. Aprì la porta di casa girandosi di fianco, come per controllare qualcosa di imprecisato. Trovò con lo sguardo il pianerottolo vuoto, con le porte di altri micromondi chiuse a doppia mandata. Castelli medioevali, fortini inespugnabili, casseforti. Case-forti blindate. Adorava credere che qualcuno lo osservasse dallo spioncino mentre spazzolava le suole degli stivali sullo zerbino, mostrando con fierezza il suo dito medio destro alzato. Che, a dirla tutta, si presentava leggermente curvo sulla sua estremità, in prossimità dell’unghia poco curata. Non aveva mai compreso il motivo del perché fosse così storto, forse era rimasto deviato in seguito a qualche incidente sonnambulo. Nottate dall’attività onirica costante, inquietante, critica, che gli procuravano lividi reali ed emicranie scomposte, che gli rendevano il risveglio traumatico e stanco, come se non si fosse mai riposato.
Scivolò in casa, al riparo tra le mura domestiche e si diresse verso il cesso. La sua prima tappa. Pisciare e lavarsi le mani facevano parte di un rito abituale, quasi scaramantico. Talvolta, data la sua altezza, appoggiava l’uccello nel lavandino e gli dava una sistemata di fortuna. Sapone liquido al cocco sulla cappella e risciacquava.
Abitava  in questo gigantesco alveare poco laborioso e collaborativo. I suoi gli avevano lasciato l’appartamento prima di tirare le cuoia, quasi in contemporanea. Entrambi tumorati da dio.
Viveva da solo, da meno di un anno, in un luogo per lui sempre stato ostile. Non aveva mai sopportato l’idea del trasferimento in quella palude suburbana artificiale. Aveva tredici anni quando il padre fiutò un affare che non si rivelò tale. Inseguì il delirio di un architetto giapponese che voleva mutare i connotati di un paesaggio che non si sarebbe mai prestato alla modernità. Inseguì la cementificazione della periferia come un pioniere ricercava l’oro. Il lontano west si trasformò in cemento armato. Non riuscirono a trovare da nessuna parte gli indiani indigeni. Scomparsi, spariti, inghiottiti dagli scavi per le fondamenta dei grattacieli. Quella fetta di città si espanse in altezza e a nulla servirono le proteste ambientaliste. Il centro direzionale era il nuovo polo economico di una Napoli sempre più china a fare pompini. Una wall street in cui è facile ritrovarsi spalle al muro ed essere fucilati. In pieno giorno come in piena notte. Era il simbolo della new economy mondiale al Sud. Così avevano voluto, così fu.
La finestra del salone guardava aiuole-oasi di fortuna affogare in un lago di cemento. Più in là scorgeva la periferia industriale semi-abbandonata. Oltre ogni immaginazione c’era la desolazione di architetture spigolose inutilizzate. E traffico. Automobili eurotre, euroquattro, eurouno. Ingorghi stradali formanti un unico serpente meccanico sputa-smog. Traffico incivile. Traffico di merci. Container in lontananza incastrati, come in un tetris. Traffico di umani. Cinesi. Traffico di puttane. Provenienti da ogni angolo del mondo. Roghi involontari a ridosso di silos di petrolio greggio.
L’altra sera conobbe Irina. Dell’Est europeo. Polacca, o forse ucraina. Puttana di lusso. Alta più di uno e settanta, bionda con gli occhi dal colore di un mare cristallino, lontano migliaia di chilometri da Gianturco. Da quando la sua ex l’aveva mollato per un altro, prese l’abitudine di andare a puttane. Ad occhio e croce, non faceva alcuna differenza. Irina gli fece compagnia per poco più di un’ora svuotandogli le palle per benino. Il loro primo appuntamento fu circondato da un alone di diffidenza da ambo le parti. A lui non piace fare sesso in macchina, dice che è poco sicuro. Trovarono un anfratto nascosto nella periferia notturna, nei pressi di un capanno abbandonato dove avevano trovato rifugio clandestini, profughi e reietti in fuga dalla propria terra e da quest’altra a loro straniera. Lei cominciò ad essere più affettuosa quando vide le due banconote da cinquanta sul cruscotto e si fiondò sul suo cazzo, succhiandogli anche il midollo dalle ginocchia. Lui era andato ben preparato per dare un senso ai soldi che avrebbe speso: si era masturbato a casa, sul divano, due volte guardando redtube sul portatile. Smanettava e imprecava. Imprecava e smanettava, sempre sullo stesso filmato di otto minuti: la chiamava “la sua relazione a distanza”. Irina si fece arrivare in bocca guardandolo negli occhi dopo un quarto d’ora di spasmi, gemiti e risucchi, ma lui aveva il preservativo per questioni di igiene: goduria strozzata. Per altri cento euro lei glielo riprese in bocca. Al che lui la mise a pecora, sul sediolino di dietro, lavorandosela per quaranta minuti di fila. Lei godeva a metà: pensando ai soldi che avrebbe preso e a quelli che avrebbe dovuto dare a Mircea, il suo padrone. Era cagna due volte, ma in ogni caso le piaceva l’uccello. Quello di Renato era, almeno, profumato di sapone liquido al cocco. Irina scese dalla macchina per pisciare e si avvicinarono frettolosamente delle ombre sospette e sporche bramose di smania. Renato le farfugliò qualcosa e ripartì da solo, guardando la scena rimpicciolirsi dallo specchietto retrovisore.
Giaceva ora sul divano, sdraiato a fantasticare sulla sua Irina: l’avrebbe portata volentieri a casa, violentemente, ma non si fidava. Avrebbe dovuto bendarla. Avrebbe voluto ritornare al capanno, per cercarla. Troppo pericoloso. Si alzò per andare in cucina. Il frigo era svuotato, con poca roba ancora commestibile. Trovò dei crackers nella credenza e tornò nel salone. Decise di chiamare una pizza a domicilio. A telefonata mai compiuta gli occhi si mossero verso la parete attrezzata in legno chiaro, riprodotta in chissà quante copie da una nota azienda svedese. Prese la scatolina d’argento. Dentro c’era una bustina di plastica trasparente con un po’ di polverina bianca. Coca. Preparò due strisce medie sul tavolino di vetro e rimise a posto la scatola. Rollò una banconota per tirare, chiuse la narice sinistra e aspirò in un attimo con l’altra. Quella robadimerda bruciava un po’ e subito bissò il gesto. Si accese una sigaretta mentre aspettava che scendesse.  Accese il plasma. Non gli piaceva guardare la televisione ma in un certo senso era un modo per amalgamarsi al resto del mondo. Il digitale terrestre trasmetteva immagini aliene, di un universo di comunicazione seriale, industriale. Al concetto di massa si sostituiva quello di gregge. Renato, mentre gli scendeva l’amaro in gola,  si immedesimava nelle immagini veloci dello zapping. Si impastava agli alieni per sentirsi normale, per essere accettato dalla comunità.
Si udì uno scoppio, violento, che fece sobbalzare il manto stradale e le sue auto. Subito dopo un secondo scoppio, ancora più violento. Il boato fece tremare vetri e finestre di tutto il centro direzionale, di tutti i capannoni industriali cinesi di Gianturco. Tremarono finanche i vetri già rotti delle strutture abbandonate. Proprio da uno di quelli sembrava venire l’esplosione. Renato si affacciò dalla finestra come gli altri condomini dell’alveare. Tutti scrutavano l’orizzonte in fiamme, e le prime voci cominciarono a rimbalzare in filodiffusione. Si pensava fosse scoppiato un silos. Si dava colpa ai cinesi.
Sirene spiegate di vigili del fuoco, polizia e militari venivano risucchiate dal serpente meccanico sputa-smog. Clacson isterici sembravano avere dolore, emettendo suoni striduli e gemiti rabbiosi.
Bussarono alla porta di Renato. Sapeva che non era la pizza e guardò dallo spioncino. Vide un uomo alto, nascosto da un soprabito scuro. Gli aprì.
“…”
“…!”
Silenzio.
“E’ lei Renato Filosa?”
“Sì, sono io. E lei?”
“Venga con me, si metta qualcosa addosso e scenda subito.”
“Ma chi cazzo è?”
“Lei sa già chi sono. Scenda e non faccia storie.”
“Io non la conosco affatto. Sono stanco, se ne vada, per favore. Ho da fare, devo docciarmi.”
“Non amo ripetermi, solo in rare occasioni. Venga con me e non faccia altre domande.” gli disse lo sconosciuto mostrandogli qualcosa.
Renato annuì e si preparò velocemente. Cercò di capirci qualcosa, di pensare ad una qualsiasi mossa. La coca era scesa ed era in circolo: avrebbe voluto godersela diversamente ma uscì con lo sconosciuto e tutto gli sembrò faticosamente accelerato.
La strada si presentava rovente e pesante. Pareva di assistere ad un carnevale post-apocalittico. La gente a piedi correva in tutte le direzioni possibili. Facce costernate, volti multietnici preoccupati cercavano di farsi largo in quella bolgia umana angosciante e metallica. C’era polvere e fumo ovunque, come una guerra di lacrimogeni. C’era chi si copriva gli occhi e chi il respiro. Renato e lo sconosciuto camminarono a piedi tra la folla, il traffico e la disperazione.
“Dove stiamo andando, signore?”
“All’epicentro.”
“Per quale motivo?”
“Non faccia più domande.”
Lo sguardo severo si allentò sui muscoli del volto  e confidenzialmente aggiunse
“Lo scoprirai presto.”
Si avvicinavano alle fiamme, quasi senza essere notati. In silenzio calpestavano l’asfalto incandescente. L’aria era densa e irrespirabile. C’era odore fitto di bruciato, di tessuti carbonizzati, di plastica e detriti di vario genere ardenti che si dimenavano all’impazzata.
Arrivarono sul luogo dell’esplosione e trovarono un assembramento di curiosi asserragliati dietro al nastro bianco e rosso che i pompieri erano riusciti a piazzare, transennando l’area. Era una vecchia e grande struttura in disuso a Gianturco. Un capanno ora in fiamme, raso quasi al suolo, assieme alla pompa di benzina che stava fuori. Il botto era stato  tremendo.
I due si guardarono dritto negli occhi. Lo sconosciuto disse qualcosa agli sbirri che erano di guardia all’area delimitata. Gli mostrò un tesserino e li fecero passare.
Non si riusciva a vedere nulla. Sentirono le ambulanze arrivare come in preda al panico. I pompieri urlavano disgustati. C’era qualcuno che vomitava. Renato e lo sconosciuto avanzarono indisturbati. Ancora in silenzio. Lo sconosciuto aveva lo sguardo severo con una smorfia un po’ compiaciuta. Renato lo seguiva preoccupato e nauseato, senza pensare alle conseguenze. Calpestò qualcosa sotto i piedi. Qualcosa che scottava. Si fermò e si inginocchiò a terra per vedere cosa fosse. Non riusciva a capire. Dall’odore sembrava carne. Carne umana bruciata. Riuscì a distinguere un braccio. Alzò lo sguardo sull’asfalto e riconobbe decine e decine di resti di corpi. Alcuni mutilati, altri morti, altri invocanti aiuto in lingua poco comprensibile. Fissò gli occhi dello sconosciuto, aveva conati di vomito e si sentì schiacciare da ogni cosa. Sentì venire meno la sua coscienza, la sua conoscenza. Pregò che fosse un brutto sogno. Riaprì gli occhi e vide solo terra rovente, bruciata, purificata dalle fiamme e sciacquate dal getto d’acqua dei pompieri. Assomigliava tutto ad un posacenere. Il fumo gli si piazzò sul volto afflitto. Lo sconosciuto se ne stava lì a fargli da guardia, con aria comprensiva.
“Vedi questi pezzi di borsa e quella busta?”
Renato non rispose.
“Sono le uniche cose che t’incastrano per questo macello.”
Renato non aprì bocca.
“Hai fatto un ottimo lavoro figliolo, questi rifugiati, questi clandestini, questi gran figli di puttana cominciavano a dare fastidio.”
“Io non ho fatto un cazzo di niente.”
“Vieni, alzati. raccogliamo ‘sta merda e andiamocene. Il Governo Centrale te ne sarà grato.”
Renato si guardò intorno, girandosi di fianco, come sul pianerottolo di casa e non vide nessuno. Solo morte.
Lo sconosciuto gli diede un fazzoletto e ripeté fiero:
“Ottimo lavoro, figliolo. Ottimo lavoro.”

Diego Astore

pic: “To go on a journey tou need strong legs” – Ilaria Oberto

[Conflitti]

CINQUE MINUTI

 

Fingerò d’essere
un’altra.
Mentirò spudoratamente
quando farò il caffè.
E mi interrogherai
sui giorni trascorsi.
Due cucchiaini
di zucchero
marrone.
Quando non ci sei
ti scriverò una nota
e la lascerò sul frigo,
sotto al magnete,
ma senza spartito.

Lo farò,
datemi
cinque minuti.

Mi vestirò come
desideri da anni
e smetterò
di cerchiarmi
l’occhio di nero.
Non farò più
all’amore.
Non farò più
all’amore
con il mio passato.

Mai più.

Mai più.

Ora
ho solo bisogno di

cinque minuti.

Diego Astore

inno duepuntozero

DUEPUNTOZERO 2.0

Gli alberi si spogliano
con imbarazzo
lungo le strade
delle foglie cadenti
e da lontano
le luci delle case
sono ceri
dei cimiteri.

Intere città tumulate
di abitanti sovversivi
nascosti dietro
le maschere digitali,
avatar
e
foto-profilo
che sostituiscono
senza sosta.

I giacobini dei colori
modificano
tagliano,
incollano.
Grigio.
Nero.
Giallo.
Troppo ocra.
Contrastano la
luminosità.
Sono gli effetti
connessi
all’uso spregiudicato
delle applicazioni.

Dita bianchissime
di
polvere
e cenere.

Giornate trascorse
ad  esitare,
dedite alla ricerca
della lettera mancante
per comporre
la parola giusta
scavando tra
milioni di byte.

Milioni di
caratteri universali
scorrono
attraverso codici.

Dite la vostra in silenzio,
ascoltate la musica
con le cuffie.
Le note vengono fuori
per rimanere dentro
e ondeggiate la testa
come se foste
sull’ottovolante.

Il mondo è un  enorme
social network
sordomuto,
l’ultimo
aggiornamento
dell’essere umano,
quello
due_punto_zero,
lanciato in un futuro
nostalgico.

Riposeremo in pace
negli hard disk,
archiviati per decenni
giù alla Silicon Valley

mentre
gli alberi si spogliano
lungo le strade
delle foglie cadenti.

Diego Astore

Isolation – English version

ISOLATION

At nineteen years old, you get married.
At twenty the hands are shaking.
At twenty-two you’re getting old already.
At twenty-three you remember when we were young.

Just yesterday you were still flawless,
with the white and angular face.
The gray trench coat protected you
from the colors of the day.
From the shades
of the steel daily.
Cigarettes dangling
on your lips were
a remedy for the stuffy in here.
Why didn’t you have worn
the trench that night?
It wouldn’t let you
choke.
It would wrapped you,
sheltered from the cold
of the Manchester night
and you’d slipped
down the deserted streets
until dawn.
And you could have
leave on the shelf
all the songs about the idiots,
gathering dust.
Instead you danced
on stage at the hall of your house,
lightly,
on the Stroszek’s ballad
‘til you to cling
to the rope
that holds the weight
of the annihilation
of the human being
in the image-society.
of the alienation,
and of the loves “will tear us apart”,
the loves rottedintears
stagnants in the
inner unease.
The ballast of the World,
runs and crushes
and teaches us:

At nineteen years old, you get married.
At twenty the hands are shaking.
At twenty-two you’re getting old already.
At twenty-three you remember when we were
young.

And passes away.

Or shines forever.

Diego Astore

pics: “What will happen to Julian Assange?”

Immagine

A mia madre

AURORA

Centocinquanta crepe
segnano i muri
del palazzo,
coperte dai cavi
che impiccano
lenzuola strizzate
rinfrescando di
candeggina
la bocca del
cortile.

Arrotondo per eccesso:
sono andato via
prima di contarle.

Ti vedo spingere
un carrello a due ruote,
arrancando,
centimetro dopo
centimetro.
Sono centocinquanta
i metri
fino alla boulangerie.
Forse meno.
E sforzi le tue
caviglie strette,
resistendo
al peso
della famiglia.
Una sopportazione
ultradecennale
decifrabile dai
tuoi occhi verdi:

ricordano ancora i miei?

Quante rughe
sulle pareti
del tuo viso.
Centocinquanta solchi
scolpiti nella pelle
chiara
addolciscono la
tua carne.

Non li ho mai contati:
sono partito prima
di scivolare nelle fenditure
della tua buccia
morbida.

Di notte,
poco prima dell’alba,
mi sveglio.
Penso di avere
la luce accesa.
Aspetto che vieni a
spegnermela.

Diego Astore

 

pic: sul “Roma” del 9 luglio 2012

[In memory of Ian Kevin Curtis (1956-1980)]

ISOLATION

A diciannove anni ci si sposa.
A venti  tremano le mani.
A ventidue si è già vecchi.
A ventitré ricordi quando eravamo giovani.

Solo ieri eri ancora pulito,
il viso bianco e spigoloso.
Il trench grigio ti proteggeva
dai colori del giorno.
Dalle sfumature
del quotidiano siderurgico.
Le sigarette penzoloni
sulle tue labbra erano
un toccasana per l’aria greve.
Perché non hai indossato
il trench quella notte?
Non ti avrebbe lasciato
soffocare.
Ti avrebbe avvolto,
al riparo dal freddo
della sera mancuniana
e saresti scivolato
nelle strade deserte
fino all’alba.
E le canzoni sugli idioti potevi
lasciarle sullo scaffale
a prendere polvere.
Invece hai  danzato
sul palco del salone di casa,
leggero,
sulla ballata di Stroszek
fino ad aggrapparti
alla fune
che regge il peso
dell’annientamento
dell’essere umano
nella società-immagine,
dell’alienazione,
e degli amori strazianti,
marciti sottolacrime
ristagnanti nel
malessere interiore.
La zavorra del mondo
che corre e schiaccia
e che ci insegna:

a diciannove anni ci si sposa,
a venti  tremano le mani,
a ventidue si è già vecchi ,
a ventitré ricordi quando eravamo
giovani

e ci si spegne

o si brilla per sempre.


Diego Astore

La Noia #4

LA NOIA

parte IV – CONCLUSIONE

Vittorio stava seduto a terra, nell’ombra di una luce giallognola e amara. Un quadrato di pareti umide, senza finestre e col soffitto basso. Il pavimento appariva gelido e sporco, ricoperto da un generoso strato di polvere che avvertivi addosso e prendeva le narici appena ti destreggiavi in quell’angusto seminterrato incrostato anche di saliva, urina, sangue, sudore.
Forse le piastrelle del pavimento un tempo dovevano essere sicuramente bianche, come quelle nei bagni degli uffici. Quello spazio non sembrava neanche messo così male o di vecchia costruzione: era solo una gabbia acquistata da forse meno di un anno ma trascurata di un uccello qualsiasi. Vittorio era incatenato ai piedi nell’angolo dello sgabuzzino ricavato dallo scavo in una cantinola, accessibile dalla botola in acciaio ma non aveva alcuna voglia di scappare. Respirava a fatica in quel tanfo asfissiante al di sotto del livello della strada, una delle arterie più in e trafficata di Napoli e difficilmente qualcuno avrebbe fatto caso al suo ansimare. Vittorio era imbavagliato e sentiva quell’odore filtrato e consumato di chi, prima di lui era passato da lì lasciando qualche traccia del suo soggiorno volontario. Ne avvertiva, pesantemente, le sensazioni. Ormai non guardava neanche più in faccia chi avesse di fronte a sé. Me o qualcun altro non faceva alcuna differenza. La differenza per lui era il tempo che gli restava. Ho cercato di immaginare che tipo di storia avesse alle spalle, magari diversa da quella che raccontava alle sedute collettive di psicoterapia e cosa l’avesse spinto alla liberazione definitiva, così come l’aveva chiamata la dottoressa Monti. La dottoressa Monti si era rivelata una donna di scienza sensibile e altruista: distribuiva occasioni a chi ne avesse  disperato bisogno. Elargiva possibilità una dietro l’altra. Opportunità da cogliere al volo. A Vittorio come ad altri. Ed altri ancora. Ognuno in maniera diversa. Ma più guardavo il mio dirimpettaio, più rabbrividivo nel non vederlo manco più soffrire, quasi felice di ciò che l’aspettava. Lo sentivo contare un numero dopo l’altro, arrivato a cifre astronomiche. Cifre  lunghissime sbiascicate e farfugliate, come se contenessero il segreto del mondo. Numeri in successione che non riuscivo proprio a captare. Ce l’avevo di fronte e pareva che non  aspettasse altro che la fine. Rinunciatario alla vita, alla luce, Vittorio stabiliva quello scantinato disumanizzante sua ultima ed unica dimora. Eravamo uno di fronte all’altro, per un attimo avevo creduto che il più malandato dei due fossi io. Sudavo e tremavo. Sapevo che mi osservavano. Era il mio primo compito di rilievo della mia seconda occasione. Gli rivolsi la parola, freddamente: – Sarò veloce. – ma non ricevetti alcuna risposta. Avevo con me una custodia con l’occorrente per non dargli più numeri da balbettare. Nell’astuccio di legno c’erano siringa e una sostanza altamente tossica. Pensai ad un composto chimico col fenolo, come le iniezioni naziste inflitte ai deportati nei campi di concentramento e non riuscii a non pensare al basso dei Joy Division: i miei collegamenti mentali di estraneazione dalla realtà li dovevo alla mia cultura sommaria da navigazione passiva e svogliata su wikipedia, balzando da un argomento all’altro aprendo decine di schede sul mio broswer. Qualcosa di cui ho poi perso l’abitudine tagliando tutti i ponti col mio recente passato. Non sapevo nient’altro di siringhe e di iniezioni, tranne che s’infilavano nelle vene del braccio. Né tantomeno mi ero mai interessanto ad esecuzioni capitali. Non ne sapevo nulla prima che la dottoressa Monti mi desse una chance. – Farai ciò che è giusto per lui. Ciò che è nel suo desiderio. Non lo stai uccidendo, lo stai soltanto aiutando a morire – mi disse con voce calda e persuasiva. Preparai la dose e mi immaginai infermiere d’altri tempi con camice corto bianco e comode ciabatte ospedaliere, guardai Vittorio che continuava a dare numeri. Gli presi il braccio e gli ficcai l’ago in vena. In mente scorreva Poptones dei PIL e all’ultima volta che l’avevo messa sul piatto a girare. E proprio avrei voluto vederla la mia immagine pubblica di quell’istante nel monitor dove mi osservavano e percepivano quelli dello staff, di sopra. Mi voltai, lasciai Vittorio in preda a convulsioni come se ad infliggergliele dall’interno del suo corpo fosse stato il martello pneumatico operaio degli Einsturzende. Raggiunsi le scale che portavano alla botola e di sopra chiusi quel pezzetto tondo di abisso, strappandolo dai miei occhi poco vivaci, spenti.
Salii al settimo piano prendendo l’ascensore: ora i dieci centesimi rientravano nella voce “rimborso spese” della mia busta paga. Mi accolse tutto lo staff della dottoressa Monti abbracciandomi, esultando e dandomi il cinque, come se avessi appena segnato il gol-partita in zona cesarini, facendomi sentire da “nuovo acquisto” oggettomisterioso a parte integrante e punta di diamante del loro team. Guardai gli occhi della dottoressa Monti: aveva uno sguardo fiero, compiaciuto del lavoro che avevo appena svolto. Mi fiondai in bagno, accerchiato dalle maioliche bianche. Vomitai nel lavandino guardandomi riflesso allo specchio, lasciando cadere penzoloni la bava dalla bocca. Filamenti di un rigurgito nervoso, rabbioso. In mente lo spazio era occupato per ogni millimetro quadrato da Ulakanakulot e Decline and Fall dei Virgin Prunes. Fu quella l’unica mia liberazione immediata al peso di un gioco di cui non avevo ancora ben capito il meccanismo.
Una volta partecipai ad un corso di autostima e psicoterapia. In quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Era gratis. Ci andai perché stavo letterlamente a pezzi. Ogni parte di me cadeva giù a brandelli. Ero stato mollato da poco e tutto appariva grigio e senza via d’uscita. Lo stato in cui riversavo era di apatia cronica verso qualsiasi cosa mi circondasse. Mesi e mesi passati a crogiolare, vivendo ai margini dell’universo, galleggiando nell’aria pesante di una città che non sentivo più mia, soprattutto dopo che i peggiori dei quartieri-a-rischio di Napoli con i loro mezzi alati, più annoiati di me e senza alcuna possibilità di emersione dalla realtà quotidiana, mi pestarono a sangue dietro il vico dei Carrozzieri. Soprattutto ero stato tradito dal mio amico Jaber e fu molto più doloroso dei calci che sentivo giù allo stomaco. Ristagnavo nel mio porto come un veliero spogliato dalle sue vele col mare sempre calmo e mai pronto a salpare.
Trovai l’annuncio del corso nel cesso dell’Orientale, a palazzo Corigliano in un giorno di ordinario far nulla all’università. La prima volta che lo lessi, mentre pisciavo nastroazzurro, mi fece ridere, pensai ad uno scherzo. Poi ritrovai il messaggio un po’ di tempo dopo e mi convinsi a chiamare. Ero scettico. Diedi istintivamente generalità false: mi venne in mente il nome di Alex, il protagonista di Arancia Meccanica. In quel momento provavo solo odio e repulsione. Odio per tutto il genere umano. E non c’era nessuno che mi avrebbe fatto rinsavire. Cercavo riparo in qualsiasi cosa. Dalla musica passavo al nulla e dal nulla ritornavo alla musica. Cercavo i miei vinili, ma avrei fatto suonare volentieri il mio braccio sul giradischi, fino a morirne dissanguato. Avrei sentito il fruscio della mia pelle direttamente nelle casse, a tutto volume.
Il corso si rivelò un incrocio tra una bufala e qualcosa di molto più serio in ballo, non mi ci volle molto a capirlo. Mi bastarono sette sedute, ma non sapevo né come divincolarmi, né come riuscire a sfruttare la situazione a mio vantaggio. La dottoressa Ylenia Monti era una donna bizzarra, una piscoterapeuta di fama mondiale con una preparazione discutibile, laureata in nonsoché. In qualche modo aveva fatto capire a tutti di essere una luminare in materia. Di certo aveva uno staff di professionisti alle spalle che faceva un mucchio di lavoro per lei e che le spianava la strada. Quello che pensai inizialmente era che, semplicemente, la dottoressa Monti fosse una troia milionaria annoiata che assoldava ragazzi e ragazze disperati con la scusa delle terapie di gruppo. Che per le sue ricerche fosse interessata solo ai giovani: carne da macello pronta ad essere confezionata e data in pasto alla società. Carne dalle menti devastate dal peso del mondo. Ma non era proprio così.
Un giorno qualunque, di tardo pomeriggio, fui convocato d’urgenza dalla dottoressa Monti nel suo studio scarno ed elegante di Corso Vittorio Emanuele. Le sedute collettive si erano esaurite ma per un motivo o per un altro continuavo a bazzicare nei dintorni. Era la seconda parte del programma. Bussai alla porta e fui sorpreso nel vederla aprirmi la porta senza zerbino. Non c’erano né segretarie, né assistenti. Eravamo completamente soli. E non feci a meno di notare le sue scarpe rosse col tacco a spillo. Mi accolse con voce calda e mi fece mettere comodo. Mi guardò negli occhi e accendendo il registratore andò dritto al punto:
– Hai mai sentito parlare del piano K-way? –
– No, mai. –
– È l’obiettivo principale della nostra organizzazione, vagamente e liberamente ispirato al progetto MK-Ultra. Hai presente? –
– No, non ne so nulla.-
– Era un progetto della CIA tra gli anni cinquanta e i settanta basato sul controllo mentale di determinati soggetti tramite pratiche poco convenzionali. Diciamo che conducevano esperimenti come l’ipnosi, la somministrazione di acido lisergico..-
– Ellesseddì? –
– Sì. Lsd e altre droge psicotrope sperimentate su una moltitudine di esseri umani solo a scopo puramente difensivo informativo.  –
– Moltitudine!? –
– Uhm. Vere e proprie cavie da laboratorio. Personaggi di uno scacchiere ignari del fine e del mezzo. Senza risparmiare nessuno, questo tipo di esperimenti è stato condotto anche sui soldati americani. Sì, probabilmente in Vietnam. –
– Ha tutta l’aria di essere un affascinante delirio. –
– All’epoca della Guerra Fredda voleva essere uno strumento di difesa preventiva nel caso in cui i russi o i coreani avessero catturato gli agenti della CIA sottoponendoli a torture mentali di questo genere. O almeno questo è quello che ci hanno voluto far credere. –
– Intende dire che esisteva un disegno più ampio alle spalle, in barba all’etica e alla morale ma dov’è la novità? Accade da millenni, no? –
– Beh, non è che si stia scoprendo l’acqua calda, insomma. La domanda da porsi è un’altra: cosa significa eticamente o moralmente? È solo una convenzione per restringere quello che si può e non si può fare. Sono dei paletti, niente di più, niente di meno che qualcuno decide di mettere su certe questioni, perché fa comodo. –
– Sì, capisco. Ma cos’è il piano K-Way? Cosa c’entra con tutto questo? –
– La tua curiosità sarà soddisfatta non appena soprò con certezza che quello di cui ti parlo ti sia familiare.-
– Sì. –
– Non è ingiusto accanirsi sulla razza umana con forza e violenza, soggiogandone la volontà? E se invece provassimo a sperimentare su giovani esseri umani consenzienti, consapevoli di ciò a cui si va incontro? Si raggirerebbe anche il discorso sull’etica e la morale: non avrebbe molta ragione di esistere poiché fatto alla luce del sole. Mi segui? –
– Sì, certo. –
Balle, non capivo una mazza di quello che mi stava dicendo, ma annuivo interessato. Continuò il suo discorso, tra le mani aveva una penna Montblanc e ci giocava delicatamente:
– Il piano K-Way è un progetto impermeabile, il fiore all’occhiello della nostra organizzazione. È proprio come una giacca a vento col cappuccio che ti ripara dalle intemperie del mondo, dalla pioggia del sistema e con la cui tasca sul davanti puoi ripiegarlo su se stesso appena ritorna il sole e rimetterlo in borsa, o nasconderlo dove ti pare. Ti permette di camminare tra gli altri e farti strada, senza destare sospetti. È ombrello e parafulmine assieme.  –
– In altre parole? –
– Noi cambiamo la vita. Concediamo nuove occasioni a chi ne ha bisogno. Creiamo profili, bassi ed alti, distribuiamo ruoli. Ci intrufoliamo nel tessuto sociale malato cercando di scardinarlo. Siamo la nuova cura per sconfiggere il cancro, il marcio dell’establishment mondiale. Senza alcuna pietà ci destreggiamo dalla ricerca scientifica alla televisione, dallo spettacolo alla politica, dallo sport alla Chiesa, dall’economia alla musica. E così via. Attraverso i nostri corsi di psicoterapia collettiva reclutiamo giovani dai quattordici ai trent’anni e a chi pensiamo faccia al caso nostro, dopo averlo studiato a lungo, formuliamo la nostra proposta. Tutto avviene in trasparenza, alla luce del sole. Prendere o lasciare. –
Restai un attimo in silenzio, perso in quel fiume di parole pronunciate una ad una e straripanti nel mio apparato uditivo. La dottoressa Monti mi fissava e cercò di essere più chiara:
– Alex è la tua seconda occasione: dentro o fuori?
Esitai per un istante e dissi con forza, scandendo bene ogni sillaba:
– Accetto. Sto dentro, sono dei vostri. –
– Non avevo dubbi. Domani sera ci sarà il tuo primo incarico. Passa qui per le sei, mi troverai con gli altri dello staff. Ora lasciami sola.
Riuscii a rispondere al totale calore della voce con un tono servile e dissi soltanto:
– A domani. –
L’indomani fu il mio incontro, unico incontro, con Vittorio. Pensai a tutte le possibili attività dell’organizzazione. Sospettai di tutte le persone sole che incontravo e le immaginavo svanire dalla circolazione, volatilizzare nel nulla, così avvilite e contente di sparire che nessuno avrebbe mai cercato o ritrovato. Immaginai persone accondiscendenti, volontari entusiasti di avere una seconda occasione, anche al costo della propria vita. E ho conosciuto altri volontari, decisi ad essere qualcos’altro e a puntare in alto, scalando l’Everest del sistema consolidato nei settori più disparati. Ho visto persone cantare in stadi stracolmi col pubblico in delirio e ragazze farsi largo nella tivvù pubblica e privata fino a condurre programmi in prima serata. Ho visto il morbo del piano K-Way intaccare l’establishment fino a diffondersi in tutta la comunità, confondendosi e restandone assorbito, diventando un tutt’uno.
Ho visto comunità diverse tendersi la mano e scambiarsi reciproci favori, proprio come sempre è accaduto, nella noia mortale dei giorni che si ripetono all’infinito. Comunità che bruciano dalla noia, come la città dove vivo.
Napoli è una bomba al tedio che miete vittime una dietro l’altra. E chiunque fa parte di questa categoria, consapevolmente o inconsapevolmente ma qualcuno deve pur aver innescato l’ordigno. Nell’era dei siamo-tutti-martiri bisogna sapersi muovere e allora ho scelto. Ho deciso di stare dall’altra parte. Quella dei più forti, malgrado tutto. Ho scelto di non prendermi responsabilità e di non ragionare sulle mie colpe per la mia condizione.
La mia seconda occasione mi vede tra i carnefici.
La mia seconda opportunità è stata un premio per il mio troppo pensare ed il poco agire in un momento di completa ristagnazione. Una vera manna dal cielo.
Se oggi sono così, lo devo solo a me stesso e all’aver saputo cavalcare in un periodo difficile l’onda del cambiamento.
Oggi ho un lavoro ben retribuito. La società per cui lavoro si chiama YMonti s.p.a..
Solo il Tempo mi darà ragione. Il Tempo che rimbomba forte nella stanza del tutto spogliata di ogni avere. Elegante ed antica. Nuda e pericolosamente vergine, come se non fosse appartenuta mai a nessuno. Come se fosse sempre pronta ad essere profanata da qualche vittima della società.
Solo il Tempo mi darà ragione.
O torto.
E spero che non venga mai a trovarmi.

Diego Astore

Image

 

 

 

 

 

 

wasting time

I CANI RANDAGI

L’inverno rigido imputridisce nelle cucine degli stabili con
i mattoncini rossi.
Cucine vuote ed essenziali, esistenzialmente disabitate, illuminate da luci tenui soffocate
da silenzi ovattati,
che danno su pianerottoli e ballatoi: corridoi freddi, scoperti, che affacciano sul deserto della città.
La solitudine è tutta espressa sulle pareti esterne degli edifici. Interi lotti uguali, quadrati.
Quartieri generali.
Generici.
Impossibile riconoscerne i nuclei: famiglie assenti e bimbi rinchiusi nei parchi a giocare, generazioni di giovani proiettate in  figure mobili oppresse  sospese
nel limbo.
Il limbo, la terra di nessuno,
che è alle spalle dei debolissimi riflettori degli angoli cottura deserti di stabili dai mattoncini rossi.
Al riparo dai cani randagi che
latrano feroci
stordendo le città.
Cani randagi che non vedi mai in giro, ben mimetizzati tra la fauna metropolitana e la tundra suburbana. Cani padroni del mondo, che hanno tentato di corrompere i colori che conoscevamo provando a mescolarli, a saturarli e a contrastarli, che hanno catturato le nostre voci su di un nastro, inceppandosi nell’attimo esatto in cui abbiamo provato a dedicarci del tempo.
Cani sciolti che marcano confini e territori e pisciano sulle teste degli esseri umani che pare piova finissimo. Bagnano gli edifici dai mattoncini rossi e i liquidi si incanalano nel tubo della grondaia che gocciola lentamente fino al marciapiede, con un rumore simile a quello di un orologio a muro,
formando una pozzanghera e un piccolo corso d’acqua che va ad irrigare strada e tombino.
Ed è lì che solitamente si abbeverano, per poi continuare ad abbaiare aggressivi, con la gola fresca
di ammoniaca arrugginita,
arrivando a rimbombare sui mattoncini rossi degli stabili che si estendono fino al grigiore del soffitto di dense nubi  fuliggine.
Ma  nessuno li ascolta dal retro delle cucine delle case dai mattoncini rossi, illuminato con
calda luce gialla
fino a tarda notte mentre i dischi girano sui piatti e narcotizzano l’ambiente col  suono smorzato delle casse dal cono ceduto da un
pezzo
,
fomentando  la rabbia crescente dei cani randagi, proprietari di una
Terra arida
costruita su città sommerse.
Rese invisibili dai governi.
Rese disabitate dai cittadini stessi,
arsi vivi sui divani in pelle di altri esseri umani.

Diego Astore

Immagine

Fascination street

CADUTI

Sono stato sputato
fuori dal tubo,
al di là del fiume,
a sud in uno solo
dei mondi possibili.
Ondeggio tra
i manichini
sulle scale mobili.
Hanno un’aria pallida,
spenta,
mentre tentano
di uscire
allo scoperto.
Li vedo
muoversi.
Manichini
dentro e fuori
le vetrine.
Alcuni camminano
senza fretta.
Altri trascinano
carrozzine eleganti.
Li ho sentiti
sbiascicare
parole
per poi ritirarsi
inghiottiti dai
mattoncini rossi
delle case.
Nel qualunquismo
di una giornata feriale,
a sud in uno solo
dei mondi possibili
della città,
tra i palazzi bassi,
si erge un lenzuolo
di cielo grigio
costante
e ingombrante
per i manichini che,
si sa,
non hanno memoria.
Nessuno di loro
si è mai ricordato
di un solo
muratore
e di un giorno
scivoloso,
che sia stato
per la pioggia
o per il sudore.
Formo linee precise,
figure geometriche
piane
di cui non calcolerò
l’area
o il perimetro.
Alla mia sinistra
non ho più
mattoncini rossi,
né manichini.
Un recinto in pietra
e ferro battuto
custodisce
flora e fauna
di un piccolo
cimitero.
Il cancello arrugginito
aperto
mi dirige
incontro a
fiori selvatici
e consonanti
consumate
sulle lapidi distrutte,
nascoste
dagli arbusti.
Numeri caduti
e mai raccolti,
senza più
connessione logica.
Nomi e date.
Da ricostruire.
E ancora
date e nomi.
Di chi c’era
e se n’è andato,
lasciando tracce
che il Tempo
ha voluto
cancellare.
Storie di caduti
e mai rialzati
che non hanno altro
che il silenzio
di questo
teatro
tetro
arenato
in questo spazio
circoscritto
a sud in uno solo
dei mondi possibili.
Ma ciò di cui
ho più timore
sono,
dall’altra parte
della strada,
le case
dei manichini,
vuote,
con i cartelli
“affittasi”.

Diego Astore

Image

work for LaitLab catalog

SHADOWS

Sidewalks sanded by all kinds of brats. Rotten eggs were banned. Roads full of orange juice and sparklers. Distressed landscapes of white masks and hearses were slowing disappearing in the high tide of the canals. In those days the sun set quickly and the clouds were mindlessly traveling around on their own.

It was heard bells ringing vigorously as to draw attention to the pagan party. I didn’t know it was celebrated so loudly. The wives played the husbands and the husbands played the wives. Everyones were doing just what they  have been thinking, even murder a folk,  and the feasting brats dashed at nightfall. This was the Carnival. Mingling in the crowd. Losing identity thanks to a mask. And the bells of Piazza San Marco regretted of being the soundtrack.

I lasted walking apart in the Venetian lagoon, among the colorful decorations. I succumbed to the alcohol in some central cafes. Leaving, I looked for the darkest bench and stopped there until a lightning flash didn’t leave a well bode. The storm suddenly swept away that day of widespread collective madness and washed my head like a new christening. I wandered aimlessly through the nocturne mews, finding shelter under an antique palace gate. Inside there was a party, an important one. A superhuman effort to still stood in the center of the screams. Screams of human sacrifices. Screams of slit throats, red of hot spilt blood.

The parade had just begun. In distance I saw a steamship getting closer. I jumped in and sat down at the bottom to have all the backs under control, including mine.

Usually I sit opposite and watch all the faces, usually unsavory. You can’t get along without observing faces. Night buses are gatherings for uncommon people. The leader driver is always wrapped in a curtain of silence and darkness, in his cabin.

In the delirious nights of my youth I thought bus drivers were cyborgs with a sophisticated, superior intelligence.

However this time reality was worst: in front of me I had masked people with asthmatic looking shoulders, some reversed on the sit, some tight ,then wide, then slender and yet, anxious shoulders. The neon light had been placed on them as an x-rays device. The central heating avoided me to end up with pneumonia diagnosis.

The last stop was near the rail station. I flung myself in incredulous and mask-less. The only mask-less one during all the day long because I already get muddled everyday in the crowd.

I kept thinking of the parade of elegant costumes moving along the walls of the palace of whom the slimy foundations were ending up in the city of the lagoon. Venice. And I kept imaging who, between the white masks projecting their distorted shadows on the byzantine floor, had the remote control in his hands.

Diego Astore

Lost in Traslation

LUNEDI’

Il lunedì mattina è sempre un po’ esagitato.
Caffè, caffè.
Sigarette.
Il cielo appare grigio, vuoto. Asfaltato e liscio come strade di una città deserta. Ma è solo la vista sfocata di un lunedì abulico.
Caffè.
Sigaretta.
Non so cosa mi ammazzerà per prima. Caffeina, nicotina, me stesso.
Il lunedì è pece nei bronchi. Acari smaliziati sprigionati dalle ceneri del week end. Il lunedì è colazione con gli spaghetti al sugo che si annidano in gola per cullare la nostra voce roca. Flebo di salsa rossa scura, trasfusioni di un pasto già consumato. Il lunedì fa freddo. In autunno come in inverno. In agosto come a fine novembre. Il lunedì è catrame puro sullo spazzolino per preservare il mio nero sorriso bitumato.  Denti marci in un lunedì parzialmente scartato da un calendario in balìa dei titoli poco reazionari. Di lunedì ci sento sempre da un solo orecchio. Quindi non ascolto mai nessuno dal mio lato sinistro e non presto attenzione a chi di solito mi ascolta.
Guardo le mie mani, grandi e rugose, ricordando gesti passati, che non rifarei più. E me le ficcherei intorno al collo, stringendo forte, solo per guardare la loro forza allo specchio.
È lunedì e discuto di immaginarie apologie apocrife. Concordo sul fatto che non voglia dire un cazzo. Ma che vale la pena dare un’occhiata sul dizionario. E il dizionario è sempre così immacolato, di lunedì. Immacolato come l’aria gelida di sera, che inquinerete con i vostri respiri puliti di primo mattino. Con il vostro alito di colluttorio al mentolo. Farete riecheggiare i vostri passi nelle strade che calpesterete. Con la vostra fretta. Mentre gireranno la ruota, vi sembrerà di fuoriuscire dal coperchio. E continuerete a sbattere contro il vetro del vostro ufficio, inquinando tutti i fiumi quando andrete a pisciare nel cesso, durante la pausa. E avvelenerete le fogne, quando riuscirete a guardarvi dentro la palla del vostro acquario.
Ho sempre detestato il plurale, soprattutto il lunedì mattina.
Il lunedì è il post-week end per chi crede che i giorni non siano tutti uguali.
Ho cercato i tuoi occhi mentre guardavo il cellulare.
Mentre bevevo caffè nero, bollente.
Senza zucchero, perché quello bianco non ha senso.
E allora ho fumato, in continuazione.
E penso che dovresti trovarti qui, in mezzo a tutta questa gente a piangere, facendo scivolare le gocce d’acqua salata sulla tua pelle chiara mentre mi ascolti, fino a ripulire il mare inquinato dagli uomini pesce.
Immobili.
E vestiti in abiti scuri.

Diego Astore